Piossasco durante la Seconda guerra mondiale

I primi anni del Novecento

Piossasco durante i primi decenni del Novecento: un paese di circa 3.500 abitanti, con un’economia in prevalenza agricola, ma che ospita già alcune industrie sorte alla fine del secolo precedente, attive nella trasformazione dei prodotti vitivinicoli e nella produzione di spazzole.

La Prima guerra mondiale lasciò un segno profondo nella memoria collettiva. I nomi dei caduti, ancora oggi incisi sul monumento di piazza XX Settembre inaugurato nel 1919, raccontano il prezzo pagato anche da questo piccolo centro piemontese. In quegli anni l’area dei “Tiri” divenne luogo di addestramento militare: soldati in partenza per il fronte si esercitavano proprio alle porte del paese, in uno scenario che si sarebbe ripetuto anche alla vigilia della Seconda guerra mondiale.

Inaugurazione monumento ai Caduti nel 1919

Con l’arrivo degli anni Venti e l’ascesa del fascismo, anche a Piossasco il regime penetrò progressivamente nella vita pubblica locale attraverso figure nominate dal potere centrale, come quelle di podestà e federale, e da esponenti dell’imprenditoria locale. La Chiesa, rappresentata dai parroci di San Vito e San Francesco, mantenne una posizione neutrale, nel frattempo, tra associazioni, cooperative e la storica Società di Mutuo Soccorso, continuavano a circolare idee socialiste e antifasciste, alimentate soprattutto dai lavoratori che ogni giorno raggiungevano le fabbriche torinesi.

Negli anni Trenta la presenza del regime divenne sempre più evidente. L’inaugurazione dell’ospedale San Giacomo avvenne alla presenza delle autorità fasciste e dei reali Umberto di Savoia e Maria José del Belgio. Il 16 maggio 1939, invece, il passaggio di Benito Mussolini trasformò la provinciale in una lunga parata obbligata: la popolazione fu schierata lungo la strada per salutare il Duce.

In attesa del passaggio del Duce
Inaugurazione dell’ospedale San Giacomo
Popolazione in attesa del passaggio del Duce

La Seconda guerra mondiale

Nei primi due anni di guerra arrivano a Piossasco notizie di caduti, ma la violenza del conflitto sembra ancora lontana. Arrivavano le notizie dei caduti e le cartoline azzurre spedite dal fronte, ma la censura nascondeva le sconfitte e la durezza della guerra. Tutto cambiò nel 1943: gli aerei alleati bombardarono le zone di Paperia e Milone, colpendo il territorio anche per la vicinanza dell’aeroporto di Airasca. Comparvero i primi rifugi antiaerei e, al tramonto, le cantine delle case si trasformarono in rifugi improvvisati per le famiglie.

Dopo l’8 settembre e il caos seguito al crollo dell’esercito, diversi giovani del paese rientrano rocambolescamente a casa; alcuni si nascondono con l’aiuto delle famiglie, altri salgono in montagna, entrando nelle formazioni partigiane attivatesi nelle zone vicine. Nella 43ª Divisione De Vitis, nella IV Garibaldi e nelle brigate Adolfo, Magnoni, Italia Libera, Di Nanni, Giulio, Matteotti, Albergian, Spartaco II e Campana si ritrova almeno un piossaschese. Le poche fonti ricordano anche una donna combattente, Pina Muttigliengo, e un sacerdote, il teologo Eugenio Bruno.

Mario Davide

La figura più rappresentativa di questa scelta rimane Mario Davide, inquadrato nella 43ª Divisione De Vitis e caduto il 10 maggio 1944 in Val Sangone. Il suo diario testimonia la presa di coscienza di un’altra Italia che, nella lotta armata e nel confronto tra diverse culture politiche, cercava la democrazia.

A chi si oppose al fascismo in patria vanno aggiunti gli internati militari: soldati dispersi su vari fronti, soprattutto nei Balcani, che dopo l’armistizio del settembre 1943, sorpresi ancora accanto alle truppe tedesche, resistettero alla violenza nazifascista affrontando prigionia, deportazione e, in molti casi, la morte.

Con la complicità di Mussolini e della RSI, furono esclusi anche dalle tutele previste dalla Convenzione di Ginevra del 1929 e sfruttati come manodopera dal regime tedesco. Una ventina di piossaschesi furono internati nei campi di Mappen VI C/Z, Eden, Dortmund VI-D, Norimberga, Wietzendorf e Hagen VI-C. Tra loro vi era anche Augusto Mocchia Coggiola, aristocratico locale legato all’antica famiglia comitale estinta dei Piossasco. Altri ancora, rifiutando di combattere al fianco di fascisti e nazisti, scelsero di sostenere la Resistenza nei luoghi in cui gli eventi del 1943 li avevano colti.

Gustavo Silvani (a sinistra) con il padre

Emblematica è la vicenda di Gustavo Silvani, capitano medico del 3º Battaglione dell’Artiglieria Alpina “Aosta”, che in Montenegro e Sangiaccato divenne un punto di riferimento per la costituita Divisione Garibaldi e per l’Esercito Popolare di Liberazione jugoslavo, impegnandosi a favore dei militari e della popolazione civile.

Questo periodo mostra anche il volto più crudele della guerra civile, che mise su fronti opposti persone della stessa famiglia. Vittorio Mondino, nipote di un gerarca e già menomato in una gamba, fu catturato e deportato a Dachau nell’ottobre 1944, passando per il campo di Bolzano. La sua tragedia non finì lì: durante il ritorno seppe che la moglie, Matilde Gandiglio, era morta nel mitragliamento Anglo-americano del trenino Torino-Giaveno a Orbassano, il 9 gennaio 1945.

Gli anni del dopoguerra

 

Il ventennio fascista non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione morale”.

Queste parole di Piero Calamandrei bastano a definire il periodo e il suo approdo nel disastro della guerra, che privò tanti della vita, libertà e giovinezza. Dal pluralismo di idee germinato dalla lotta al nazifascismo nacque la Repubblica e la nuova Carta costituzionale.

Il corteo della Liberazione a Piossasco

Con la Liberazione iniziò per Piossasco una nuova stagione. Il Comitato di Liberazione Nazionale guidò la difficile fase dell’emergenza e nel 1946 si arrivò alle prime elezioni democratiche del dopoguerra che delinearono il nuovo assetto della democrazia comunale: DC 1091 voti, PCI-PSI 359, Liberali 189.

Al di là delle contrapposizioni ideologiche, socialisti, comunisti, liberali e popolari seppero allora anteporre il bene comune alle proprie ambizioni. Figure come Giovanni Boch, Giovanni Battista Andreis e Michele Elia incarnarono questa stagione di ricostruzione morale e materiale del paese, pagando spesso personalmente rigidità e incomprensioni interne ai rispettivi schieramenti.

Il successivo inasprimento del quadro politico nazionale, con la Guerra Fredda, rese però troppo breve quel momento di proficua collaborazione. Il frutto di quegli anni difficili del Novecento, la Costituzione, continua oggi a ricordarci i valori di libertà, diritti e doveri per cui si combatté e che devono essere custoditi e ancora alimentati nel tempo.

A cura di Gianfranco Martinatto