Auspichiamo una storia non più segnata dalle guerre, ma dalle opere prodotte dell’intelligenza e dall’amore degli uomini in un sincero sentimento di fraternità
Gustavo Silvani
La ricostruzione della vita partigiana attraverso le lettere alla madre
Gustavo Silvani, nato a Torino il 20 aprile 1911, figlio del dottor Silvio Silvani, capitano medico del I reggimento d’artiglieria alpina, è stato partigiano con le formazioni di Tito nell’ex Jugoslavia, e precisamente in Montenegro e Sangiaccato.
Di Gustavo Silvani non c’è traccia in alcun racconto o testimonianza nella piccola storia di Piossasco, nemmeno negli anni seguenti il 1945. Sono solo le lettere della madre Hedda Ferri che permettono di ricostruirne in parte la vicenda e la scelta. Prima del 1945 la corrispondenza era consegnata a mano ad una persona, di cui non si fa il nome, che la recapitava a Gustavo Silvani, precauzione per evitare che fosse intercettata dai fascisti, essendo i Silvani in odore di antifascismo. Solo dal maggio 1945 le lettere sono spedite per posta «al Capitano medico Prof. dott. Gustavo Silvani Direttore Sezione Sanitaria della Divisione Garibaldi. Viterbo» quando ormai era tornato dal Montenegro nel marzo del 1945.
Da Piossasco ai Balcani
L’esercito italiano nell’aprile del 1941 aveva invaso il regno del Montenegro e una parte della Croazia (costituendo anche un Governatorato fantasma). I responsabili dei Comandi italiani si coprirono di azioni infamanti che sfiorarono il genocidio. Nella sola provincia di Lubiana furono fucilati circa 1000 ostaggi, circa 8000 persone furono uccise proditoriamente, 3000 le case incendiate, 35.000 persone internate nei campi di concentramento e 4500 morte per fame nell’isola di Arbe (Rab). Stessi efferati delitti di guerra avvennero in Dalmazia. Il Governo di Tito richiese nel dopoguerra l’estradizione di ben 142 criminali di guerra italiani.


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La scelta partigiana
Con l’arrivo dei tedeschi dopo il settembre 1943 l’esercito italiano nei Balcani si dissolse: una parte sbandò e cercò di ritornare fortunosamente in Italia, un’altra fu fatta prigioniera dai tedeschi che compirono massacri e deportarono i militari in Germania nei campi di concentramento o di internamento. Un gruppo numeroso di italiani aderì invece alla resistenza jugoslava che aveva come comandante Josip Broz Tito (1892-1980).
Gli italiani formarono la Divisione Garibaldi. Gustavo Silvani ne fece parte e combatté contro i tedeschi, i cetnici e i bulgari diventando il capo della Sanità Divisionale. Una duplice esperienza.
Dal 1941 al 1943 Silvani era nei reparti d’occupazione, dal settembre 1943 fu dalla parte di Tito, futuro presidente della Repubblica socialista federativa della Jugoslavia. Un ribaltamento del ruolo: da occupante a compagno d’arme dei partigiani titini.
“Un grande amico del nostro popolo”
Il giornale “La voce del combattente” (Dalmazia) pubblicò il 20 ottobre 1979 una biografia di Silvani definendolo «un uomo in gamba», «un grande amico del nostro popolo», «grande uomo e compagno […] un uomo e mezzo, come direbbe il nostro popolo. Un esempio di altruismo e generosità».
Silvani incontrò personalmente «il compagno Tito» nel 1953 a Belgrado nel corso di un congresso. Il giornale dalmata a quasi 35 anni di distanza dai fatti spiega perché Silvani ha lasciato un segno nella lotta partigiana in Montenegro.
Scrive Ivo Javorcic: «Dal 1941 al 1943 Silvani con il suo comportamento ha sempre dimostrato di non avere niente della politica di appropriazione dei fascisti italiani. In verità in tutto quel tempo ha prestato la sua opera gratuitamente persino alle famiglie che avevano partigiani in lotta». Dopo il 1943: «Ha curato la popolazione e in cambio non ha mai chiesto nulla, benché la popolazione gli offrisse di tutto. Ha curato vecchi, donne e bambini. La gente vuole pagare. Nulla, dice lui, quando avete delle uova, portatele ai nostri feriti».
Al «Doktor per la sua schietta e mai smentita umanità» fu conferita una medaglia d’argento al valor militare, due di bronzo, tre croci di guerra e la Repubblica Jugoslava lo insignì dell’Ordine al merito del popolo.
Gli ultimi anni
Il 21 settembre 1983 Gustavo Silvani, nella sua veste di presidente dell’associazione nazionale veterani e reduci garibaldini tiene un discorso a Pljevlja (Montenegro) in occasione dell’inaugurazione del monumento alla Divisione partigiana italiana Garibaldi. Erano presenti i capi di stato jugoslavo, Stjepe Mesice e italiano, Sandro Pertini.
Disse Silvani: «Auspichiamo una storia non più segnata dalle guerre, ma dalle opere prodotte dell’intelligenza e dall’amore degli uomini in un sincero sentimento di fraternità».
Citò anche Giuseppe Mazzini che «pensava ad un’intesa perenne fra il popolo italiano e gli slavi meridionali della moderna Jugoslavia, un’intesa fraterna e di reciproca solidarietà».
Tornato in Italia dopo l’8 marzo 1945 Silvani fu dislocato a Viterbo alla Sezione sanitaria della Divisione Garibaldi. Viterbo, nel Lazio, faceva già parte dell’Italia liberata. A Roma vi era il Governo di Ivanoe Bonomi (Dc, Pci, Pli, Psiup, Pd’A). Poi il ritorno a Piossasco e a Torino dove abitava in via Nizza 57.
Morì nel 1985.
Brano tratto da “Incipit Vita Nova” di Ezio Marchisio




